Sony Ericsson P800

La retroprova di Agosto ha per protagonista un ''must'': il Sony Ericsson P800. Non serve altro...

R
Redazione
Pubblicato il 1 gen 1999

Intorno al P800 di Sony Ericsson sono nate amicizie, leggende, e si sono materializzati affari vorticosi. Nelle retroprove cerchiamo sempre di uscire dai soliti schemi delle recensioni canoniche, perché ci piace dare una caratterizzazione di tempo in più rispetto a quello che un modello, in questo caso di Sony Ericsson, rappresentò. P800 mobilitò gli appassionati. Difficilmente, nella storia della telefonia mobile, si trovano device in grado di segnare un epoca o in generale di far segnare un passo in avanti così ampio rispetto al passato. P800 ci riuscì: quanto lo aspettammo, quanto lo provammo, quanto lo pagammo (!!!) e poi quanto aspettammo (di nuovo) la release software aggiornata. I più affezionati si ricorderanno di una community nata e dedicata quasi esclusivamente (almeno all’inizio) a questo modello. Chi vi scrive, all’epoca, aveva 21 anni, e già allora si poteva finalmente toccare con mano la grande potenzialità del mondo della telefonia mobile, finalmente diventata atto. Un atto coraggioso, che allargava gli orizzonti di utilizzo, anticipando di sette anni gli sforzi dei competitor, oggi a caccia di miglioramenti sensibili e forse impossibili della user experience. Il nostro co-tester, Andrea Galeazzi, che si occupa delle videoprove, vi ha già raccontato l’aneddoto che riguarda lui e P800. Mollò la discussione della tesi quasi a metà, non sentendo nemmeno il proprio voto. Se pensate a quello che significa concludere un percorso universitario, capite che ci è voluta un po’ di pazzia, tanta passione. Ma significa anche che, sì, P800 era davvero rivoluzionario. Adesso mettetevi comodi, perché vi racconterò come sono entrato io in contatto con questo device eccezionale. Storia controversa, un altro esempio di pazzia. 

La commercializzazione di P800 non ebbe una gestazione facile, se

ricordate. Agli appostamenti davanti ai centri TIM, però, non avevo mai

pensato. Almeno fino a quando non mi ci ritrovai davanti, in Via Santa

Maria Segreta, due passi da Cordusio, a Milano. Era il dicembre del

2002, in tasca c’erano già gli euro, da poco meno di un anno. E per

l’occasione, quanti euro c’erano nella mia, di tasca, per comprare il

P800. Allora, sette anni fa, era più tangibile di oggi il fatto che un

telefono sarebbe stato pagato, da lì a poco, 799 euro. Quella cifra

faceva più clamore allora di oggi, perché le lire erano più vicine, e

799 euro erano praticamente 1.600.000, di lire, uno stipendio.

Tralasciando le considerazioni morali che potrebbero venire in mente a

tutti, e anche a me, oggi, ne vengono parecchie in mente, si trattava

di un acquisto non da poco. E anche l’attesa, non fu da poco. Prima

ottobre, poi novembre, poi finalmente dicembre. Guerra in tutta la

città, prenotazioni dietro pagamento non rimborsabile, prenotazioni in

tre centri TIM contemporaneamente, i corrieri espresso tenuti d’occhio

come agenti segreti di un film di spie in bianco e nero. Su Milano il

solito freddo di dicembre, e poi le luci di Natale, la pioggia, un velo

di nebbia che insolitamente si era insinuata fino alle vie del centro

dalla periferia. Quel giorno, mi dissero, sarebbe potuto arrivare P800.

Non curante delle due linee di febbre, indossai cappotto, sciarpa,

guanti, salii su un tram della linea 14 (non c’erano i jumbo tram,

c’erano i tram normali, quelli arancioni con un freddo dell’anima) e mi

lanciai in centro. Lì conobbi un certo Zazza, uno che non passa

inosservato e che forse, alcuni di voi ricordano e hanno conosciuto

(tranquilli, è ancora vivo e sta bene). Compaio da lontano, prendendo

Cordusio, lui si sbraccia, lo riconosco, mi presento e mi avvicino. Il

freddo aumenta, stiamo un pomeriggio intero davanti a Santa Maria

Segreta, davanti a questo centro Tim scrutando ogni Bartolini, ogni

SDA, ogni UPS e DHL e chi ne ha da aggiungere, ne aggiunga. Dalle due

alle sette, con un tuffo nel cuore perché alla fine, quel giorno,

sembrò non arrivare. Sconsolato, tornai a casa, misi un piede dentro la

porta, con un po’ di sconforto e le linee di febbre che da due erano

diventate almeno otto sopra i 37 gradi. Amen – mi dissi – arriverà

domani. E invece no. Una telefonata mi avvertii che intanto, P800 era

arrivato. Indossai – e due – cappotto, sciarpa, guanti, salii – e due –

su un tram della linea 14 (praticamente salutando il conducente, ma

solo con la mano, perché al conducente di un tram mica gli puoi

parlare, è proibito) e via di nuovo verso Santa Maria Segreta. Erano

tutti certi che dovesse arrivare solo lì a Milano, e infatti Zazza,

meno pirla del sottoscritto, se lo trovò tra le mani a Lodi, dove

viveva. Viaggio risparmiato, per lui, studio già in atto del modello,

godimento all’ennesima potenza. Io lo sentivo godere, io gli stavo

parlando ancora con uno StarTac 130 Motorola. Qualcosa non andava. Con

un certo affanno, allora ero più pesante di oggi, entrai in Santa Maria

Segreta, agguantai P800, tolsi dalla saccoccia gli euro 799, me ne

tornai a casa. Ma qualcosa non andava. Cercavo di distrarmi per

rifiutarmi di comprendere cosa fosse storto. Poi, arrivato a casa, me

lo dovetti dire: la febbre era salita a 39. Il termometro, arbitro

severo ma imparziale, confermò. Fa niente – mi dissi – adesso mi metto

qua al caldo, mi studio il mio P800, e domani mi sveglierò tranquillo e

placido. Ancora con la febbre, ma con il mio P800. Il problema è che, a

21 anni, non ero certo un mostro di tranquillità e pazienza. Oggi

nemmeno, ma ho più autocontrollo (ma va!). Fu così che: aprii la

scatola del P800, la guardai, estrassi tutti i pezzi, lo montai, lo

accesi, lo misi sotto carica, cercai di giocarci un po’, non ci capii

niente. Diedi colpa alla febbre, ma non riuscivo: a usare il pennino, a

scrivere sul touchscreen, a sincronizzare tutto con il computer. Uno

schifo, e intanto mi dannavo, continuavo a provare, continuavo a non

riuscire, e la febbre se ne stava lì a ridere. E l’aspirina non faceva

niente, e lo Zerinol nemmeno. Picco di pazzia: Questo non è un telefono

che fa per me – mi sussurrai – quasi quasi lo vendo. E così feci!

Esatto, acquistato da un’ora, e subito in vendita sui mercatini.

Inutile dire che il mio annuncio stette online per minuti cinque, fino

a quando un esaltato, sfidando la prima neve che iniziava a imbiancare

le strade, corse in moto fino a casa mia, mi mise in mano euro 799

(anzi, 800, mi lasciò il resto), e se ne andò bello contento. Esatto,

la mia fu pazzia, ma non ho mai rimpianto quella decisione. Per le

recensioni, utilizzai P800 in tante altre occasioni. A volte mi dico

che fu in realtà ragione e non pazzia, che avevo capito quanto fosse

folle, allora e a quell’età, una spesa così alta. Balle, la verità è

che la pazzia fu buttare via due giorni per stare dietro a un telefono

e alla sua commercializzazione. Però quanto ci divertimmo. E alcune

persone che conobbi allora diventarono amiche, e lo sono ancora.

Proprio come Andrea: fu uno di quelli con cui strinsi un rapporto

forte, di amicizia appunto. E allora, anche per questo P800 ci è tanto

caro. Anche per questo, riteniamo sia sbagliatissimo dare la colpa ai

cellulari, se i giovani d’oggi parlino una lingua tutta loro, se i

cellulari ad alcuni sembrino inutili. Per noi non lo sono mai stati. Anche grazie al

P800 di Sony Ericsson.

E ora, per chiudere questa strana retroprova, qualche foto del gioiello…

Sony Ericsson P800

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